In ricordo di Francesco Nardinocchi

Da alcuni giorni Francesco Nardinocchi, lo straordinario dirigente della sinistra rosetana ed abruzzese, non  è più con noi.  Ci ha lasciato a poche settimane dal suo ottantanovesimo compleanno. Si è trattato di un epilogo durissimo e terribile: era ricoverato in ospedale quando è deceduto suo figlio Marco e Francesco non ha potuto nemmeno partecipare al suo funerale. Ma si era informato e non fatto mancare il suo ringraziamento a tutti coloro che erano stati presenti.

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L’Abruzzo: l’internamento fascista e la memoria

Nel corso della II guerra mondiale, in Abruzzo saranno ben 16 i campi attivati ed oltre 60 le località d’internamento. Alcune migliaia di persone: ebrei italiani e stranieri, sudditi nemici, rom, apolidi e antifascisti vennero relegati nella regione.

Per alcuni ebrei stranieri, il periodo dell’internamento in Abruzzo rappresentò quasi un “rifugio precario” dalle persecuzioni naziste. Come sappiamo, dopo l’8 settembre, per molti di essi fu invece una delle prime tappe verso i Lager.

Il regime fascista utilizzò l’internamento civile per colpire le persone “indesiderabili” e coloro che erano ritenute “pericolose e sospette sotto il punto di vista militare e politico”.
Il primo giugno del 1940 il Ministero dell’interno, che ne gestiva l’applicazione, impartì ai prefetti l’ordine che “Appena dichiarato lo stato di guerra dovranno essere arrestate e tradotte in carcere le persone pericolosissime sia italiane che straniere di qualsiasi razza, capaci di turbare l’ordine pubblico aut commettere sabotaggi o attentati nonché le persone italiane aut straniere segnalate dai centri di controspionaggio per l’immediato internamento”.
Alcuni giorni dopo l’entrata in guerra (10 giugno 1940), iniziarono i primi arresti e la traduzione nei campi e nelle località di internamento.

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I cent’anni di “Tom”, il dirigente comunista nato negli Usa amico di Di Vittorio

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Il ricordo di Luigi Di Paolantonio:
dalla Cgil al Parlamento, una vita spesa per i lavoratori

PESCARA – Avrebbe compiuto cent’anni proprio domani, 9 maggio. Luigi “Tom” Di Paolantonio rappresenta di sicuro una delle figure più importanti e significative della storia del Movimento operaio abruzzese, di cui è stato dirigente politico e sindacale, oltre che parlamentare della Repubblica.
Nato negli Stati Uniti nel 1921 a Downingtown, West Chester, Filadelfia, da una famiglia di origini teramane, ultimo di tre figli, era tornato in Italia nel 1923: anche se il destino – di lì a qualche anno – avrebbe portato la famiglia a dividersi di nuovo: con il padre e i fratelli più grandi costretti a riprendere la via dell’emigrazione americana per poter mantenere il resto della famiglia rimasta in Italia.
A far ritrovare Luigi con uno dei fratelli, Albert, sarà la guerra: lui ufficiale granatiere dell’esercito italiano, l’altro combattente nell’esercito degli Usa.
Premessa, questa, per la sua successiva adesione al movimento resistenziale: 
«L’8 settembre – ricorda così il professor Piernicola Di Girolamo dell’Università di Teramo e componente del Comitato scientifico della Fondazione Abruzzo Riforme, che lavora all’acquisizione della ricchissima raccolta di testi e documenti di “Tom”– lo vede intento ad organizzare con gli antifascisti romani la disperata resistenza di Porta San Paolo. Nel tentativo di attraversare le linee nemiche per raggiungere gli Alleati, fu catturato dai nazisti e rinchiuso nel campo di concentramento di Bussi, da cui successivamente fu trasferito a Teramo con destinazione Buchenwald. Riuscì a fuggire, per partecipare alla Resistenza».
Da qui inizia un percorso che segnerà la sua intera esistenza di leader politico e sindacale: 
«Dopo aver aderito al Partito Comunista – dice ancora Di Girolamo – partecipò nel giugno 1944 alla Liberazione di Teramo da commissario politico partigiano; nel dopoguerra iniziò l’attività sindacale nella Cgil diventandone Segretario di Teramo». Un incarico, questo, che segnerà la nascita di una vera e propria epopea, come dirigente sindacale, intorno al suo nome: «Prima nelle lotte della Val Vomano degli operai impegnati nella costruzione degli impianti elettrici, poi nella mobilitazione attorno al “Piano del Lavoro” lanciato dalla Cgil di Giuseppe Di Vittorio al Congresso di Genova del 1949 che costituì il faro delle lotte per lo sviluppo della Italia uscita distrutta dalla guerra».

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