Il Primo Maggio è una delle feste più importanti del calendario civile italiano, che rinvia direttamente al primo articolo della Costituzione: «l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro».
Negli ultimi decenni è profondamente cambiata, sulla spinta di una radicale trasformazione del mondo del lavoro. Molti, infatti, si chiedono se oggi abbia ancora senso festeggiare – o celebrare – il lavoro. Ma il fatto stesso che oggi si parli di «lavoro povero» per descrivere una condizione sempre più diffusa tra i lavoratori dovrebbe farci riflettere su quanto continui ad essere importante.
Per ricordare il Primo Maggio, oggi vi proponiamo un manifesto del nostro archivio.
Venne stampato dal PCI per il 1° maggio 1975, e richiama la centralità dei lavoratori, vera forza dirigente del paese.
Il 1975 era un anno di crisi, visto che nel 1973, in conseguenza della guerra del Kippur e dell’embargo internazionale sul petrolio, l’economia era entrata in affanno. Erano state varate delle politiche di contenimento delle spese e di riduzione dei consumi energetici note con il nome di austerity.
Allo stesso tempo, però, il PCI era in ascesa dal punto di vista elettorale: i primi segnali si coglievano già nelle elezioni amministrative di quello stesso anno, ma la conferma definitiva ci sarebbe stata nel 1976 quando il PCI avrebbe raccolto oltre il 34% dei suffragi.
E, infine, erano gli anni in cui Berlinguer e Moro stavano perfezionando la strategia politica del “compromesso storico”.
Sul piano sociale, quelli erano gli anni centrali del terrorismo. L’anno prima, il 1974, era stato l’«anno delle stragi» con gli attentati neri all’Italicus e a Brescia, ma anche, sul fronte del terrorismo rosso, l’anno dell’arresto di Curcio e Franceschini, due dei leader delle BR.
Proprio nel 1975 le Brigate Rosse cambiano strategia passando al cosiddetto “attacco al cuore dello Stato”. A metà maggio ci sarebbe stata la prima “gambizzazione” mentre, a giugno, in un conflitto a fuoco con i carabinieri alla cascina Spiotta sarebbe rimasta uccisa Mara Cagol, una delle leader delle BR, oltre che moglie di Curcio, che aveva liberato con un commando giusto all’inizio dell’anno.
In questo difficile contesto, i sindacati marciano ancora uniti per il Primo maggio e continuano a sostenere – almeno sul piano del discorso pubblico – quella “supplenza sindacale” che si era venuta enucleando nei primi anni Settanta, dopo le lotte vittoriose dell’“autunno caldo”. Nella sfera pubblica, il mondo operaio è ancora al centro della scena: il 1974, per esempio, è l’anno in cui escono diversi film di ambientazione operaia, dimostrando quanto gli italiani si identifichino con quei mondi.
In realtà, invece, la crisi economica morde pesantemente: la Fiat, ad esempio, comincia ad usare la cassa integrazione per fare fronte ad una riduzione della produzione, ma i gruppi operai – soprattutto quelli più politicizzati, e spesso collocati a sinistra del PCI o dello stesso sindacato – la leggono come una manovra per indebolire la forza operaia. Negli anni precedenti, inoltre, erano iniziate le sperimentazioni sulla robotizzazione delle linee, che avrebbero portato, nei decenni successivi, ad una significativa riduzione della forza lavoro.
La crisi economica, peraltro, inizia anche a colpire sul piano occupazionale: le prime rilevazioni dell’Istat sulla disoccupazione giovanile arriveranno un paio d’anni più tardi, ma il fenomeno è allora già noto e discusso.
È un’Italia in profondo cambiamento, quella del 1975, ma il Primo Maggio è lì a ricordare la centralità del lavoro e che ogni evoluzione del paese non può che passare da lì.
Andrea Sangiovanni
