Le città e i paesi parlano, a saperli ascoltare.

I loro muri, le loro case, la loro urbanistica, i nomi delle loro strade, parlano tutti.

Parlano anche i graffiti, le scritte sui muri, i manifesti che si sono stratificati, e tutto ciò che sui muri resta di quello che vi è stato scritto o affisso in passato.

Lungo le strade abruzzesi, a guardar bene, ci sono case che offrono al passante un qualche motto mussoliniano, mezzo cancellato dal tempo. Altre recano scritte che inneggiano al Re, nonostante l’Italia sia una Repubblica ormai da ottant’anni.

Altre ancora, più semplicemente, ricordano qual era la destinazione originaria di quel luogo: un’osteria, una rivendita di vino e olio dove oggi c’è una casa privata.

 

A Montorio al Vomano in questi giorni è stata staccata da un muro di contenimento del lungofiume una grande opera in ferro battuto, una falce e martello colorata di rosso che era stata posizionata lì negli anni Cinquanta.

Pur essendo stata rimosso, sul muro rimane la traccia del grande manufatto, quasi il suo negativo. Cosicché, pur essendo stata levata l’opera in ferro, la falce e il martello che essa rappresentava sono ancora lì.

Il manufatto non c’è più ma resta il suo simulacro.

Questa vicenda, al di là delle sue inevitabili polemiche politiche locali e del confronto che sta animando in queste ore il dibattito cittadino (e la cui eco si è estesa anche alla stampa nazionale), sembra una metafora della forza della storia. Della sua persistenza in una società sempre più smemorata.

 

Un po’ di storia

Da dove vengono quella grande falce e martello in ferro? Venne realizzata nel 1948 da due giovani fabbri di Montorio al Vomano, Bruno e Lenin Di Donatantonio. Per alcuni anni, il grande manufatto veniva portato sul colle che domina il paese in occasione del 1° maggio, la Festa dei Lavoratori che, dopo essere stata cancellata e sostituita con il Natale di Roma durante il fascismo, era stata nuovamente festeggiata già nel 1945, pochi giorni dopo l’insurrezione generale.

Il clima in cui il manufatto viene forgiato è dunque quello, incandescente, delle prime elezioni politiche nazionali che, a Montorio, vennero vinte dal Fronte Democratico Popolare nel quale si presentavano uniti i partiti socialista e comunista, con il 50,39% dei votanti. È anche il clima della rinascita del paese: della ritrovata libertà; del piacere della discussione pubblica dopo anni di silenzio imposto dal regime; delle passioni politiche finalmente libere di esprimersi e di confrontarsi, anche duramente e talvolta fino allo scontro. E, infine, sono gli anni delle lotte del lavoro, che a Montorio – come in molte altre parti d’Abruzzo – sono particolarmente vivaci e segnano l’identità del paese e dell’intera comunità.

 

Proprio negli anni Cinquanta, e quindi nello stesso periodo delle lotte per il Vomano, la grande falce e martello in ferro viene collocata su quel muro di contenimento, vicino all’abitazione di un altro di Donatantonio, anch’egli fabbro. Si può immaginare che sia stata una sorta di orgogliosa rivendicazione di appartenenza politica. Ma non si può escludere che in quel modo si volesse ricordare le lotte degli anni appena trascorsi, e che quindi il manufatto in ferro fosse anche pensato come simbolo di un’identità collettiva che si era saldata proprio nelle lotte che si erano svolte nell’alveo di quel fiume.

È importante ricordare la storia del manufatto, sospesa tra una dimensione privata, declinata come orgoglio di mestiere e rivendicazione di un’appartenenza politica, e una pubblica, con la falce e martello che diventa simbolo del Primo Maggio. Così come è importante sottolineare che la sua forma attuale deriva da un racconto, da una memoria personale, quella di Lucio Nallira, raccolta nella pagina facebook dell’Archivio Fotografico Montoriese e riproposta dalla sezione di Montorio dell’Anpi (chi vuole può leggerla qui).

 

Una storia di parte?

Questa storia e il contesto in cui si colloca ci dicono infatti che, per quanto il manufatto sia stato costruito da militanti, esso rappresenta una storia collettiva: la lunga tradizione di lotte di Montorio, le cui ascendenze possono essere fatte risalire agli anni della Resistenza e che toccano il loro culmine nelle lotte degli anni Cinquanta, collegate al Piano del Lavoro e, soprattutto, per il Vomano e il sistema di dighe e centrali elettriche che interessava il fiume.

La falce e il martello di metallo, dunque, sono parte della storia di Montorio: non solo una storia di parte ma anche una storia collettiva.

Anche il fatto che la storia del manufatto così come viene ricordata e narrata oggi sui media locali e nazionali derivi da una memoria individuale è di una certa importanza: perché essendo continuamente ripetuta e riproposta, questa memoria viene trasformata in “storia”. Il racconto di una persona assume una valenza collettiva. E, del resto, visto che il grande manufatto sia stato costruito da due militanti – cosa piuttosto normale allora, come segno di identità politica, sia individuale che collettiva, ma anche come dimostrazione di professionalità e di orgoglio di mestiere – non esiste una storia “ufficiale”, basata su documenti, ma solo una storia “dal basso”, fondata sulle memorie e sul loro tramandarsi.

 

A chi si occupi di storia pubblica e di politiche della memoria, questa vicenda di Montorio al Vomano richiama alla memoria la discussione di qualche anno fa sulla distruzione, o ricollocazione, delle statue, nata negli Stati Uniti sull’onda del movimento Black Lives Matter e i cui echi arrivarono anche in Italia. Qualcuno, interessato solo agli eccessi di quel movimento, derubricò la vicenda ad espressione esemplare dei guasti di una ipotetica cultura woke. Ma, come ha dimostrato Arnaldo Testi nel libro I fastidi della storia, la vicenda era molto più complessa e ci permetteva di capire sia l’America di ieri, quella che aveva prodotto quelle statue, sia l’America di oggi, quella che attribuiva a quelle statue una serie di nuovi significati e che, dunque, ora non le vedeva più come uno strumento per la costruzione di una identità collettiva, ma come il segno di una identità di parte imposta ad un segmento di popolazione che non vi si riconosceva.

Solo che, nel caso di Montorio, il processo è inverso. Se le statue (e, più in generale, le intitolazioni di strade o i monumenti) sono espressione di un processo culturale che procede dall’alto verso il basso, qui abbiamo un manufatto artigianale prodotto da una cultura popolare ed espressione di un processo culturale che sale dal basso, dalla militanza individuale, e si afferma come simbolo collettivo, di una storia comune.

 

Una storia di tutti

Questa storia comune è anche una storia di tutti? A leggere i commenti sui social media sembrerebbe di no. La discussione è infatti accesa e quel vecchio manufatto di ferro, fino a poco tempo fa seminascosto dalla vegetazione spontanea, è tornato ad essere il simbolo di identità di parte.

A ben guardare, però, è proprio questo l’elemento interessante sotto il profilo storico e culturale: la persistenza dell’ombra della storia, per così dire. Ovvero, per essere più diretti, il fatto che esso – e la sua rimozione – generino discussione.

Per ora la discussione è prevalentemente legata alla polemica politica, ma agli occhi di chi si occupa di storia pubblica sembra rivelare soprattutto una linea di frattura identitaria: la necessità di recuperare, e narrare di nuovo, la vicenda collettiva di Montorio al Vomano.

Nel pieno della discussione sulle statue che si richiamava prima – e che in Italia interessò anche i manufatti architettonici di epoca fascista riemersi in seguito a restauri – i public historians fecero notare che sarebbe stato più utile raccontare le storie di tutti quegli oggetti pubblici che generavano discussione, invece di rimuoverle o eliminarle. Il modo in cui cambia la percezione delle nostre città e dei suoi luoghi identitari – le piazze, le statue, le fontane, i nomi delle vie ecc. – racconta di per sé la nostra storia: una storia che non è unitaria, per quanto sia collettiva. Una storia di tutti ma in cui ciascuno può collocare la propria identità individuale.

Quella falce e martello così grande e fatta per essere vista da lontano; la storia di quel manufatto, generato da passioni e competenze individuali ma trasformato in un simbolo collettivo per il Primo maggio; il luogo dove era stato collocato, così carico di simbolismi (un muro privato vicino all’argine di un fiume che è stato a lungo centrale dell’identità collettiva del paese), sono tutti elementi che potrebbero raccontare la storia di Montorio anche – e, anzi, soprattutto – a chi la ignora. A tutti quelli che, passeggiando lungo il fiume, avevano magari fatto appena caso all’esistenza della falce e martello e si erano chiesti perché quel manufatto fosse lì e cosa significasse. Rimuoverli – e qui non si interviene se in modo corretto o no, giustificato o no – e destinarli ad una sterile conservazione lontano dal luogo dove sono stati tanto a lungo – una collocazione che li ha caratterizzati e che, per così dire, ha contribuito a dargli il significato che hanno oggi – non va certo in questa direzione.

Andrea Sangiovanni (coordinatore del comitato scientifico, professore di Storia contemporanea e public history)